Dalla bolla dei Tulipani ai Bitcoin. Altra bolla? Non credo

In un altro post vi parlavo dell’attacco del CEO di JP Morgan. In quella intervista Jamie Dimon fa un accostamento che mi ha incuriosito. Ha paragonato l’attuale speculazione dei Bitcoin a quella che in letteratura finanziaria viene ricordata come la Bolla dei tulipani. Incuriosito dal bel nome ho googlato un po e ho cercato di capire a cosa si riferisse.

Condivido con voi quello che ho scoperto.

La citazione è molto conosciuta tra gli addetti ai lavori ed esperti di finanza. Stiamo parlando della prima bolla speculativa esplosa del capitalismo moderno.

Siamo nel 1637 in Olanda, una speculazione insensata aveva coinvolto il mercato dei Tulipani. I bulbi di tulipano erano arrivati per la prima volta in europa intorno alla seconda metà del 1500 dalla Turchia. L’Olanda fu il paese che più di tutti si impegnò nell’importazione e distribuzione in europa dei bulbi.
I bulbi ebbero subito un’immediata diffusione tra la borghesia che sfoggiava nei propri giardini le tipologie più rare come status sociale. Ben presto si innesco una escalation (una vera e proprio mania dei tulipani) tutti ne volevano possedere, alla continua ricerca delle varianti più rare e particolari.
I bulbi iniziarono a essere quotati nei mercati di Amsterdam e Haarlem (diventati i mercati di riferimento) arrivando ad essere considerati un ottimo investimento. I bulbi, una volta fioriti, avrebbero potuto generare ulteriori bulbi. Si acquistavano i bulbi dai contadini prima ancora che questi “esistessero”. Creando una prima versione di quelli che oggi chiamiamo futures. Quindi ben presto i prezzi si “scollegarono” dalla reale disponibilità dei bulbi generando acquisti al rialzo solo per poter entrare a far parte della giostra. La gente acquistava “il nulla” (ovvero la promessa che gli sarebbe stato consegnato il bulbo una volta fiorito) pur di non perdere il treno della speculazione sui bulbi.

Favorita dalla florida economia Olandese di quel periodo, la bolla toccò l’apice il 5 febbraio 1637 quando una partita di bulbi fu venduta a 90.000 fiorini. In quella occasione, ogni singolo bulbo fu venduto, in media, al prezzo pari allo stipendi di quasi 2 anni di lavoro di un operaio.

Ma come ogni cosa bella, la speculazione durò poco. Bastò che qualche settimana dopo ad Haarlem un’asta di bulbi andò deserta per generare il panico e far crollare il prezzo in pochissimo tempo. Questo ebbe come conseguenza che un sacco di gente si ritrovò ad essere vincolata ad acquistare i bulbi acquistati tramite futures a prezzi che ormai erano assolutamente fuori mercato che nel frattempo era crollato.

Il governo dovette intervenire per tutelare la lobby dei fioristi costretti ad acquistare i buldi dai contadini a prezzi altissimi. Trasformando i contratti a termine in contratti opzionali. Rendendo possibile rescindere i contratti di acquisto con delle penale.
Questo è stato il primo crack finanziario di cui si abbia notizia.



La Bolla dei tulipani è uno di quei casi da manuale per studiare la genesi di una bolla speculativa.
La bolla nasce da un’estrema fiducia nei confronti di un prodotto/azienda spesso scollegata da un’analisi obbiettiva sulle reali e intrinseche qualità del bene. I tulipani erano un bene effimero, di nessuna utilità pratica o valore intrinseco.
Lo step successivo, alimentato da questa ingiustificata euforia, è quello di una crescita rapida del prezzo del bene. Il prezzo continuerà a salire, di solito in maniera molto veloce, finché non ci sarà un evento che fa vacillare le aspettative di grossi guadagni. Nella nostro caso, l’asta andata deserta ad Haarlem. Questo innesca il cosiddetto panic price, un elevato flusso di vendita di tutti quelli che iniziano ad aver paura di perdere i loro investimenti. Ovviamente la bolla esplode nel momento in cui il prezzo crolla e….buona notte ai suonatori.

Quello che ha cercato di fare Dimon è stato di spaventare gli investitori e testare il mercato dei Bitcoin per capirne la solidità, con l’ulteriore vantaggio di entrare nel mercato acquistando a prezzi più bassi. Non a caso si parla di acquisti da parte di JP Morgan di Bitcoin pochi giorni dopo le affermazioni del CEO.

Personalmente non credo che il parallelismo sia così lineare. Bitcoin ha dietro di se un valore intrinseco che gli viene dato dalla blockchain. E’ indubbiamente un’innovazione dalla quale non si può tornare indietro. La cosa a cui però bisogna stare attenti è il fatto che allo stato attuale non ha una utilità concreta. Attualmente non sta mantenendo tutte le promesse per cui è nato.
Il suo valore è troppo volatile affinché possa realmente essere utilizzato per quello per cui è stato creato: i pagamenti. Specie se parliamo di piccoli pagamenti, immediati e senza costi di commissione.
Bitcoin oggi è lento, con costi di commissioni alte e il fatto che 1 BTC valga intorno ai 3.800$ non lo rende la moneta adatta per piccoli pagamenti. Mi aspetto che con i futuri rilasci Bitcoin risolva questi problemi. Anche se siamo già ad una seconda generazione di criptomonete più performanti di Bitcoin.

Ma quindi conviene investire in BTC? Boh …e chi lo sa!

 


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